L’omoerotismo

Il carattere divulgativo del Progetto OMO (e di questo catalogo che ne lascerà una traccia tangibile in questa sua prima edizione) ci offre l’occasione di poter trattare il tema dell’omoerotismo, certamente in maniera non esaustiva ma partendo da una prospettiva che fino a oggi avremmo considerato inconsueta, ovvero il patrimonio artistico della città di Genova.

Queste poche pagine rappresentano l’inizio di un percorso complesso e articolato, fatto di approfondimenti che arriveranno nei prossimi anni, nell’ambizione sociale di resistere alle semplificazioni che troppo spesso riducono la cultura a operazioni di marketing territoriale di bassa lega.

Dal momento che omoerotismo e cultura omosessuale sono parole assenti dal nostro sistema scolastico, è bene dedicarvi un breve cenno all’inizio di quest’opera.

Parlando di omoerotismo ci troviamo davanti a più significati:

• l’amore fra persone dello stesso sesso, perlopiù rappresentato in manifestazioni non esplicite (quindi senza richiami sessuali diretti); vale anche per tutto quello che concerne i legami omo-affettivi fra persone eterosessuali, come l’amicizia intima / romantica / spirituale e il cameratismo (spesso queste sono state in passato delle valide forme di cammuffamento per giustificare agli occhi della società vere e proprie relazioni di natura omosessuale che altrimenti sarebbero state condannate);

•  l’arte a carattere omosessuale esplicitamente erotica (quindi già in contraddizione col punto precedente); ciò lo dobbiamo principalmente al termine homoeroticism, che nei paesi anglosassoni viene inteso soprattutto con questo significato (siamo quindi davanti a una sorta di “falso amico” ma, non essendo acceso il dibattito in Italia sui temi LGBT+ e ancor meno per tutto ciò che riguarda il linguaggio, traduciamo acriticamente con omoerotismo l’equivalente di “arte erotica omosessuale”).

L’omoerotismo in una qualunque opera d’arte può essere volontario o involontario secondo un’ampia casistica. Qui di seguito alcuni esempi non esaustivi:

• se volontario: l’artista può essere omosessuale e vivere in un contesto sfavorevole, quindi le allusioni possono essere la maniera socialmente accettabile per descrivere l’amore omosessuale; oppure l’artista può non essere omosessuale ma vivere un contesto artistico dove la sensibilità omoerotica è accettata o fa proprio parte dei linguaggi di un movimento, dove quindi possiamo parlare di omoerotismo quasi ambientale, dove risalire a chi fra gli artisti fosse o meno omosessuale è un esercizio storico che rischia di sfociare facilmente nel gossip (vedi ad esempio il neoclassicismo che traduce l’ideale greco della bellezza del corpo nudo maschile; il caravaggismo; l’arte prima della Controriforma); abbiamo anche il fraintendimento storico, dovuto all’interpretazione odierna di convenzioni sociali a noi distanti, dove pretendiamo di interpretare in chiave omoerotica delle scene che non hanno nulla di simile (per esempio nelle società arabe è normale che due amici si tengano per mano senza essere omosessuali); questo caso può essere girato anche al contrario, ovvero il non saper leggere nelle opere più antiche gestualità che rimandavano a chiari significati di seduzione (per esempio la carezza del mento nell’arte greca);

• se involontario: capita spesso che l’artista omosessuale in contesto sfavorevole scelga consapevolmente di negare l’espressione dei propri desideri, ma qui la distanza storica può aiutarci dal momento che le strategie messe in atto di solito sono relativamente efficaci nella sua stessa epoca ma in una prospettiva più distaccata risulta poi più semplice individuarne gli slanci anche non direttamente controllati dalla sua volontà. In tutto questo, l’artista non è la sola persona a introdurre l’omoerotismo in un’opera: la critica stessa ha riletto in chiave omoerotica delle opere che probabilmente erano prive di queste intenzioni per chi le ha realizzate. Ma in casi simili è comunque lecito considerare queste opere quali omoerotiche se hanno risvegliato sensazioni di questo tipo nello spettatore.

E le donne?

L’omoerotismo, a scanso di equivoci, riguarda certamente anche le donne, sebbene sia molto più raro trovare opere rappresentative prima del ventesimo secolo. Questo è dovuto principalmente al fatto che la maggior parte degli artisti erano maschi, sebbene comunque soggetti di amori femminili non fossero infrequenti (uno su tutti, Diana e Callisto). Le società fortemente maschiliste del passato (e del presente) mettono in gioco pure il fatto che i soggetti di amori femminili siano stati molto spesso realizzati per un pubblico o una committenza maschile, anche se quello che può in passato essere stato commissionato come divertissement, oggi può legittimamente trascendere ed educarci a una nuova consapevolezza.